'Quanto costa l'abisso' - 11
Capitolo 11: Clarissa, come la neve
La luce di Roma, a mezzogiorno, era un tradimento: un sole che prometteva calore ma lasciava solo ombre taglienti. Nel suo ufficio, un cubicolo di vetro e acciaio ereditato dal padre, Luca Mancini fissava il monitor spento, il volto segnato da notti insonni e da un’ossessione che lo divorava. Ira era svanita, un’ombra che lo aveva toccato e poi abbandonato, lasciandolo con un vuoto che pulsava come una ferita. I bonifici, i file, le promesse di Clarissa: tutto si mescolava in un sogno febbrile che non riusciva a decifrare. Ignaro della Triade, di Voss e della rete che lo strangolava, Luca era un uomo svuotato, stordito, ancora aggrappato alla convinzione che, in qualche modo, fosse amato. Ma una parte di lui gli diceva: parlane agli avvocati della ditta, sporgi denuncia alla polizia.
Cazzo! si disse, ripensando ai segreti aziendali che aveva spifferati a quella dolce megera in cambio di qualche ora di sesso neppure tanto selvaggio. Questo è il mio Wikileaks personale!
Alle 11:42, il telefono vibrò sul tavolo, un ronzio che gli fece sobbalzare il cuore. Un messaggio. Una foto. Nessun testo. Clarissa. La sua immagine lo colpì come un fulmine: una stanza bianca, uno specchio che catturava la luce naturale, il suo corpo appena accennato, un velo di seta che suggeriva nudità senza mostrarla. Non era seduzione pura, come le sue foto su Instagram. Era qualcosa di più insidioso: uno sguardo coinvolto, quasi affettuoso, che sembrava destinato solo a lui. Sotto, un secondo messaggio: 'Posso parlare con te? Ira dice che sei speciale'.
Il cuore di Luca esplose, un tamburo in una stanza chiusa. Le sue dita tremavano mentre rileggeva, cercando appigli nella realtà. Clarissa. Finalmente. Il sogno che prendeva forma. Ogni fibra di lui voleva crederci, anche se l'Altro Sé, lontano, in maniera soffocata, gli sussurrava di fermarsi. Rispose, la voce che si incrinava in un messaggio vocale: “Dio, sì. Quando vuoi. Dove vuoi.” Non si accorse del sudore che gli imperlava la fronte, né del modo in cui le sue mani stringevano il telefono come un’ancora.
L’incontro fu fissato per il tardo pomeriggio, in una caffetteria nascosta tra i vicoli di Campo de’ Fiori. Il locale era un reliquiario di legno scuro e specchi appannati, quasi vuoto, con l’odore di espresso e tabacco che aleggiava come un ricordo. Luca arrivò in anticipo, la camicia stropicciata, i capelli castani che cadevano sugli occhi, il cuore che martellava. Si sedette a un tavolo d’angolo, le mani che tormentavano un tovagliolo, ogni rumore che lo faceva sobbalzare.
Luca la fissava, incapace di proferire parola, il respiro corto. “Clarissa... io...” balbettò, le mani che si stringevano sotto il tavolo. “Non credevo che... cioè, sei qui. E reale.” Il suo sorriso era incerto, un ragazzo che si trovava davanti a una dea.
Lei inclinò la testa, un gesto che era puro teatro, ma così perfetto da sembrare autentico. “Ira è strana, a volte” disse, gli occhi che lo studiavano, caldi ma distanti. “Ma ci tiene a te. Ha detto che sei... dolce.” La parola “dolce” era un ulteriore amo, e Luca ci si impigliò.
“Dolce?” ripeté, ridendo piano, nervoso. “Non è come te. È più...” Si fermò, cercando il vocabolo giusto, il volto arrossato. “Terra.”
Clarissa sorrise, un’espressione che illuminava la stanza. “E io sono solo l’acqua” rispose, la voce che scivolava come un ruscello su pietre levigate. Si sporse appena, le dita sottili che sfioravano il bordo della tazza di caffè che il cameriere le aveva prtsato. Il suo profumo, tra gelsomino e vaniglia, lo avvolse, per poi scomporsi in una combinazione di altri effluvi ancora, disarmandolo.
Ordinarono: Sorbetto con Gelato al Limone e Prosecco per lei, Vermouth e Soda per lui.
Mentre consumavano, il silenzio si fece denso, un velo che li isolava dal mondo. Clarissa posò ad un tratto la mano sulla sua, un contatto freddo ma fermo, le unghie perfette che brillavano come perle. “Ti sei fidato” disse, la voce che si abbassava, diventando un sussurro intimo. “Hai dato tanto. Non tutti l’avrebbero fatto.” I suoi occhi lo inchiodavano, e Luca sentì il cuore accelerare, un misto di speranza e paura.
“Mi sembrava giusto” mormorò, la voce spezzata. “Urgentemente giusto.”
“Lo era” rispose lei, le labbra che si curvavano in un sorriso che era insieme rassicurante e pericoloso. Poi abbassò lo sguardo, un’esitazione così ben dosata che sembrava spontanea. “C’è solo un problema, Luca. Un piccolo problema.” Si sporse ancora, il suo respiro che gli sfiorava la guancia, il profumo che lo stordiva. “I bonifici che hai fatto... risultano duplicati. Forse un errore del sistema.”
Luca aggrottò la fronte, il panico che iniziava a salire come una febbre sottile. “Duplicati? Dove?” chiese, la voce che si incrinava, un pugno che si stringeva sotto il tavolo.
Clarissa inclinò la testa, un gesto che era puro controllo. “Svizzera. E un altro conto in Lituania. Non ti preoccupare” disse, la voce che tornava morbida, rassicurante. “Lo risolviamo insieme.” Estrasse un tablet dalla borsa, lo schermo che si illuminava come un altare digitale. Con un tocco elegante, aprì una schermata: nomi, importi, movimenti. Tutto era lì, chiaro, inesorabile. “Devi solo firmare questo modulo” continuò, posando un foglio sul tavolo, il logo della banca che sembrava familiare, ma sfocato, come un sogno che si dissolve. “Così sistemiamo l’intestazione. E tutto sparisce.”
Luca fissò il documento, il cuore che martellava, la mente annebbiata. Il suo nome era lì, stampato in nero, ma qualcosa non tornava. Le cifre, le date, i conti. Era la stanchezza, si disse, o il ghiribizzo di credere in lei. “Cosa succede se non firmo?” domandò, la voce un sussurro, gli occhi che cercavano i suoi.
Clarissa lo fissò e, per un istante, gli occhi verdi persero ogni calore, diventando due laghi di ghiaccio. “Allora sei un uomo che ha prelevato centoventimila euro da fondi aziendali” ribatté, con tono fermo e professionale, ogni parola un chiodo. “Li ha trasferiti su conti non suoi e non può provarne l’uso.” Fece una pausa, lasciando che il silenzio si depositasse come cemento. Girò il tablet verso di lui: ancora conti. I suoi? Quelli dell'attività che faceva capo a lui? Tanzi zero prima e dopo la virgola. “Anche se la fabbrica tessile è o meglio era di tuo padre, i soci possono buttari fuori, vero? A parte l'appartamento a Trastevere, nessuna proprietà intestata. Nessun avvocato di famiglia, come abbiamo appurato. Solo quelli dell'azienda, ma sono poco più che contabili. Come vedi, siamo informati.”
Luca sentì il mondo crollare, il respiro che si spezzava. Le sue mani tremavano, il tovagliolo di carta ridotto a brandelli accanto al bicchiere di Vermouth. Clarissa si sporse di nuovo, la mano che tornava sulla sua, un tastare, cercare, che era insieme tenero e predatorio. “Ma io credo in te” sussurrò, gli occhi che si addolcivano, tornando umani, affettuosi. “Firma, Luca. E nessuno saprà nulla. Neppure Ira.” Il nome di Ira era un coltello, un promemoria della sua debolezza, del suo tradimento.
Luca la guardò, intrappolato nel suo sguardo, nel suo profumo, nella promessa di salvezza. Capì tutto, in quel momento: la rete, la trappola, il sogno che lo aveva inghiottito. Ma era troppo tardi. Prese la penna che lei gli porgeva, le dita che tremavano mentre firmava, il suo nome che si trasformava in una condanna. Clarissa sorrise, un’espressione che era trionfo mascherato da gratitudine. “Bravo” mormorò, la voce un canto di sirena. “Hai fatto la cosa migliore.”
Mentre riponeva il tablet, il suo telefono vibrò. Un messaggio da Voss: 'Bene. Stiamo chiudendo, è la fase finale.' Clarissa lo sorvolò appena con gli occhi, ma il suo sorriso si fece più affilato. Luca, svuotato, la guardava come un naufrago guarda la riva che si allontana. Non sapeva o fingeva di non essersi accorto che il modulo che aveva firmato non era una correzione, ma un’autorizzazione: un trasferimento che avrebbe del tutto svuotato i conti aziendali, lasciandolo come prestanome di un crimine che non poteva disfare.
A Zurigo, Voss aggiornava una volta di più il file 'Luca Mancini'. Un nuovo bonifico era in arrivo, prima del colpo definitivo che avrebbe dissolto l’eredità di Luca come neve al sole. Intanto però i suoi occhi, dalle pupille acciarite, si soffermavano su un altro file: 'Ira'.
La crepa che aveva subdorato si stava allargando e Voss non perdonava le variabili incontrollate.




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