'Quanto costa l'abisso' - 8
Capitolo 8: Il dazio
Luca e Ira. Lei fa un un gioco di potere mascherato da complicità.
Finge interesse crescente, ma inizia a oscillare tra seduzione e distanza.
Quando Luca le dichiara i suoi sentimenti, lei risponde con qualcosa come:
“Non sei mai stato innamorato di me. Sei innamorato dell’idea che Clarissa ti abbia guardato. Io sono solo la tua stampella”.
Nel tempo, qualcosa, seriamente, potrebbe incrinarsi in Ira. Non è detto che lei sviluppi amore, ma forse empatia. Forse pietà. Forse una voglia di distruggere il meccanismo.
Luca, insistendo: "Tu... non sei come lei".
Ira: "No. Ma neanche tu sei come gli altri. Gli altri provano a comprarla. Tu ti lasci usare".
Luca (confuso): "E tu? Cosa fai tu?"
Ira: "Io raccolgo i resti".
Luca, Ira. Un'altra scena, o forse il prolungamento della precedente. Un appartamento dove ci sono solo loro due. Lei ha libero accesso in qualunque stanza...
La porta si richiuse alle sue spalle con un clic appena percettibile. Ira restò qualche istante in piedi, immobile, lo sguardo su di lui come se stesse valutando qualcosa. Non c’era rabbia nei suoi occhi, né fretta. Solo quel modo opaco, laterale, di osservare il mondo, come se nulla la riguardasse davvero.
Quella camera... odore di rinchiuso e di nervi scoperti.
Luca era seduto sul bordo del letto, le mani poggiate sulle ginocchia, la postura di chi è a metà tra la preghiera e la resa. Non osava parlare. Forse temeva di rompere l’incanto – o l’illusione.
Ira si avvicinò senza rumore. Si inginocchiò di fronte a lui, senza un sorriso, senza una parola. Solo con quella calma inquietante, come chi ha già deciso.
Le sue mani gli scostarono le braccia e aprirono lentamente la cintura, senza fretta, come se stesse schiudendo un libro antico. Nessun gesto teatrale: tutto misurato, quieto, quasi sacro nella sua silenziosa determinazione.
Quando le sue labbra si posarono su di lui, Luca trattenne il fiato, non per eccitazione, ma per un senso vago di colpa. Era troppo. Troppo reale. Troppo irreale. Lei non lo guardava, non cercava complicità. Era lì, semplicemente, come se stesse adempiendo a un servizio muto.
Il ritmo che scelse era lento, deliberato, senza ostentazione. Nessuna fame. Solo una continuità ipnotica, come se il tempo si fosse sciolto tutto in quel gesto. Ogni movimento aveva un’eco, ogni pausa sembrava studiata. E, nel silenzio assoluto dell'ambiente intimo, si sentiva soltanto il suono sottile della pelle che si tendeva e il suo respiro, profondo, regolare, estraneo al resto del mondo.
Quando arrivò il momento – inevitabile, troppo a lungo trattenuto – lei non si fermò. Lo accolse tutto, come se nulla in quel gesto le appartenesse davvero. Solo alla fine lo guardò, con quegli occhi che sembravano sempre sul punto di voltarsi altrove.
"Adesso" disse, alzandosi, "sei ancora sicuro che volevi lei e non me?"
Poi si richiuse la camicetta, sistemò i capelli in un gesto automatico, e uscì come se non fosse mai entrata.
Lo stesso giorno o forse una settimana dopo. Luca, Ira. Luci basse, odore di fumo e umidità nei muri.
Anche stavolta Luca non capì subito che stava succedendo. O forse lo capì troppo presto e rimase immobile, come un animale sorpreso dai fari. Ira si era già avvicinata, con quel passo senza peso che sembrava sempre precedere qualcosa di irrevocabile.
Non gli parlò. Come quell'altra volta, gli di inginocchiò di fronte, poggiando le mani sulle sue cosce. Le sue dita erano fredde, secche, come quelle di chi ha vissuto troppo poco al sole. Gli sbottonò i calzoni con una lentezza chirurgica. Nessun affanno, nessuna eccitazione. Solo un gesto esatto, come un ladro che sa esattamente dove si trova la cassaforte.
"Sai" mormorò, mentre armeggiava con la cintura. Il metallo della fibbia tintinnò. "Clarissa rideva di te. Diceva che ti masturbavi sulle sue foto come un ragazzino idiota."
Luca deglutì a vuoto. I suoi occhi non osavano scendere. Ma avvertiva ogni movimento, ogni pressione, come se fosse amplificata. Lei lo aiutò a liberarsi dagli indumenti, le dita che sfioravano più che toccare.
"Io no. Io penso che tu sia... commovente."
Ma così lo confondeva! Luca non sapeva più che pensare. Regina bianca, regina nera. Possibile ricevere scacco da entrambre?
Il respiro di Ira era caldo, per una volta tanto irregolare, e quando lo prese in bocca lo fece senza fretta, come se stesse assaporando un frutto troppo maturo, fragile. La lingua tracciava linee invisibili lungo il tronco, la bocca accoglieva, stringeva, poi lasciava di nuovo, un ritmo quasi compassionevole. Le mani gli si aggrapparono ai fianchi, non con passione, ma con necessità.
Luca chiuse gli occhi. Ogni centimetro di pelle sembrava vivo, nudo, esposto a qualcosa di più profondo della lussuria. Era come un atto sacro e profano allo stesso tempo.
"Non stai facendo l’amore" sussurrò lei, sollevando per un istante la testa, le labbra umide, la voce ruvida. "Stai solo pagando il dazio."
Poi tornò giù, più a fondo, con maggiore intenzione. Il respiro di Luca si spezzò. Ogni muscolo in tensione. Sentiva la pressione crescere, la vergogna fondersi con la gratitudine. Non c’era passione. Solo remissività.
Quando venne, lei, di nuovo, non si ritirò. Deglutì senza gioire ma anche non dispiaciutissima: come chi prende una medicina amara e sa che si tratta dell'unico elisir. Poi si pulì con il dorso della mano e lo guardò, dritto negli occhi.
"E ora che l’hai avuto" disse, "cosa sei disposto a perdere per averlo ancora? O... hai la forza di attendere un'altra lunga settimana?"
Si alzò, gli diede una piccla pacca sulla guancia e si allontanò senza voltarsi.
Luca aprì gli occhi, il respiro spezzato, il corpo che tradiva la sua mente. “Ira, io... non è che non voglio te” balbettò, la voce un lamento. “Ma Clarissa... lei è tutto. Non capisco perché non mi risponde più. Potrei darle ogni cosa.” Era qualcosa di già detto, il segno della sua fragilità, la prova evidente di una volontà assai debole; e Ira si agganciò a quel sintomo con avida energia.
“'Ogni' cosa?” echeggiò, ritraendosi appena, il sorriso che si trasformava in qualcosa di più freddo, più calcolato. Si voltò, scivolando verso il tavolo dove il suo laptop era aperto, un altare di segreti digitali. “Sai, Luca, forse hai ragione. Forse potresti darle qualcosa.” Aprì il dispositivo con nonchalance, le dita che danzavano sulla tastiera. “Ti ricordi l’altra sera? Parlavi del tuo home banking, ti sei confuso con i codici. Che ne dici se lo sistemiamo? Solo un secondo.” La sua voce era leggera, come se gli stesse chiedendo di passarle il sale.
Luca, ancora seduto, la fissava, la mente annebbiata dal suo profumo, dalle sue toccatine, dalle sue parole. “L’home banking? Io... sì, okay” mormorò, porgendole il telefonino quasi senza pensarci. Le sue mani agivano da sole, mosse da un impulso che non era più fermezza, ma abbandono, capitolazione. Ira prese lo smartphone, le dita che digitavano con una calma da corsara.
“Già che ci siamo” disse, senza alzare lo sguardo, “cambiamo anche la password. Una più sicura.” Le sue labbra si curvarono in un sorriso che era insieme dolce e crudele. “Usiamo... Clarissa84? O sarebbe troppo freudiano?” La battuta era un gancio, e Luca ci si appigliò.
Ridacchiò, un suono debole, incerto, con un sottotono isterico. “No, dai... magari qualcosa di meno... ovvio” disse, ma la frequenza delle sillabe da lui pronunciate tradiva l'arrendevolezza. Non sapeva se rideva con lei o di se stesso, o se quello era solo il rumore di qualcosa che gli si spezzava 'dentro'. Ira digitò, il volto illuminato dallo schermo; era simile a un angelo caduto, intento a officiare un rito pagano. In pochi minuti, aveva accesso al suo conto, i numeri che scorrevano come sangue in un’arteria digitale. Un altro bonifico era pronto, mascherato da “spese per la startup di Clarissa”, ma destinato a un conto offshore gestito da Voss.
“Fatto” annunciò, chiudendo il laptop con un gesto definitivo. Si voltò verso Luca, appoggiandosi al tavolo, la seta della camicia che scivolava appena, rivelando la curva del fianco. “Sei un tesoro. Clarissa ti sarà... grata.” La parola “grata” era un coltello, piantato con precisione. Si avvicinò di nuovo, sedendosi sul bracciolo del divano, le gambe accavallate, il piede che sfiorava la sua coscia. “Ma sai, non è solo di lei che si tratta. È di noi. Di quello che possiamo essere.” Le sue dita tornarono sul suo collo, un palpamento che era un marchio. “Non deludermi, Luca. Non ancora.”
Luca la guardò, gli occhi pieni di scompiglio e fame sessuale, un uomo che non sembrava rendersi conto di essere già condannato. “Non ti deluderò” sussurrò, la voce un giuramento che non poteva mantenere. Ira sorrise, ma nei suoi occhi c’era un’ombra, una crepa che nemmeno lei poteva ignorare. Aveva mentito a Voss, omettendo il contatto fisico completo, quello del primo fatidico mattino. Un tradimento che le pesava come piombo.
Si pose dinanzi alla povera vittima, mostrandogli la vagina.
Luca, grato, iniziò a baciarla.
A Zurigo, Reinhard Voss ricevette una notifica. Il file “Luca Mancini” si aggiornò: 'Nuovo trasferimento: €50.000.'



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