'Quanto costa l'abisso' - 2

 Quanto costa l'abisso 


Capitolo 2: La pioggia...

La pioggia non smetteva di cadere su Roma, un velo grigio che avvolgeva Trastevere come un segreto. Luca Mancini, il cuore ancora in tumulto per i messaggi di Ira, non riusciva a credere alla sua fortuna quando lei gli scrisse, due giorni dopo quella chiamata: 'Ehi, Luca, sarò a Roma per un paio di giorni. Devo sbrigare delle cose per Clarissa. Ti va un caffè?'

La proposta era arrivata come un fulmine e lui, il grullo, aveva risposto senza esitazione: 'Un caffè? Ma scherzi? Puoi stare da me, se vuoi. Ho spazio'. 

Si era pentito subito di tale impulsiva offerta, ma il pensiero di essere così vicino a qualcuno legato a Clarissa lo aveva travolto.



L’appartamento di Luca, un loft con pareti di mattoni a vista e mobili che urlavano ricchezza recente, era pronto ad accogliere Ira. Quando il citofono suonò, si sistemò i capelli davanti allo specchio, il cuore che batteva come un tamburo. Aprì la porta. E lì c’era lei: Ira. 

Non era Clarissa. La somiglianza era evidente – stessi zigomi alti, stessi occhi che sembravano scavarti dentro anche se non così chiari – ma il fascino di Ira era più ruvido di quello della consanguinea, meno etereo. Indossava un trench blu notte, leggermente bagnato dalla pioggia, e un sorriso che prometteva guai. 

“Luca” disse, la voce roca come nella chiamata, “sei più carino di quanto immaginassi.” Gli porse una mano, le unghie laccate di nero che brillavano sotto la luce del lampadario. Aveva tatuaggi sulle braccia e sul collo, a quanto Luca poteva intravedere. “Davvero... carino.

Il padrone di casa arrossì, preso alla sprovvista da quel giudizio sulla propria persona. “Io... grazie. Entra, dai.” La accompagnò all'interno, cercando di nascondere la delusione. Delusione, sì, perché, decisamente, Ira – occorre sottolinearlo  non era Clarissa. Non aveva quella bellezza che ti fermava il respiro, quel magnetismo da copertina. I suoi lineamenti erano più austeri, il corpo meno scolpito. Tuttavia, c’era qualcosa in lei – un’energia ferina, il modo di muoversi  che suggeriva sicurezza di sé e immenso autocontrollo. Luca si sentiva un po' come il topolino a cospetto del gattone.

La giornata trascorse in un vortice di chiacchiere. Ira era abile, intrecciava aneddoti su Clarissa con domande su di lui, ogni parola un filo della tela che stava pazientemente ordendo. “Clarissa è così impegnata” gli disse a un certo punto, sorseggiando un bicchiere di qualche vino caro che Luca le aveva offerto e il cui nome lei non si degnò neppure di memorizzare. “Ma non le dispiaci, sai? Solo che... ha bisogno di sentirsi mooolto vicina a qualcuno, prima di lasciarsi andare.” 

Luca coglieva ogni movimento e ogni suono della sua bocca, la bevanda color rubino che gli scioglieva le inibizioni. “E tu, Ira? Sei... be’, come lei?” chiese, pentendosi subito della goffaggine.

Ira rise, un suono basso che gli fece correre un brivido lungo la schiena. “Come lei? Nessuno è come Clarissa. Ma io... io so come rendere felice un uomo.” Gli lanciò un’occhiata, gli occhi socchiusi, e Luca avvertì il sangue pulsargli nelle tempie.



La sera, dopo una cena a base di pasta al tartufo e un paio di bottiglie di vino, l’aria nell’appartamento si era fatta densa, carica di una tensione che Luca non sapeva come gestire. Ira si era ritirata nella stanza degli ospiti, ma non prima di sfiorargli il braccio con le dita, un gesto che sembrava casuale ma non lo era. Luca, da parte sua, si era chiuso nella propria camera, la mente ottenebrata non da Ira però ma dall'altra, da Clarissa, da quel sogno che sembrava così vicino eppure così lontano.

Poi, proprio mentre scrollava su Instagram le foto, alcune davvero sexy, della sua influencer preferita, la porta che dava alla sua solitaria alcova si aprì. Nessun bussare, solo il fruscio della maniglia. Ira era lì, illuminata dal chiarore della luna che filtrava dalla finestra. 

Ma che ore erano? Le due, di già. Luca, sdraiato sotto lenzuola di lino, sobbalzò; posò il telefonino sul basso ripiano del comodino dopo averne oscurato il display. La silhouette di Ira era ben visibile. Indossava una camicia da notte di seta nera, così sottile da aderire come una seconda pelle, lasciando intravedere i contorni dei fianchi, la curva dei seni, i capezzoli appena accennati sotto il tessuto. I capelli sciolti le cadevano sulle spalle, un’ombra che le incorniciava il viso affilato. “Non riuscivo a dormire” sussurrò, la voce un coltello avvolto nel velluto. “E tu, Luca? Sogni Clarissa... o altro?” Indicò il telefonino, mentre si avvicinava al letto. 

Luca si tirò su, il cuore che gli esplodeva nel petto. “Ira! Cosa...?” balbettò, ma lei gli posò un dito sulle labbra.

“Ssst” disse, sedendosi sul bordo del letto. La sua vicinanza era elettrica, il profumo di muschio e un qualche profumo che emanava da quella giovane donna lo avvolgeva come bruma. “Non devi dire niente, Luca. Lascia fare a me.” La sua mano scivolò sotto le lenzuola, lenta, deliberatamente torpida.

“Sei teso. Ora ti aiuto a... rilassarti.”

“Ira, non so se...” iniziò lui, ma la ragazza ripeté, con maggiore trasporto:

“Ssst”, gli occhi che brillavano come carboni accesi. “Non devi pensare. Non stasera.” Le sue dita, lunghe e affusolate, tracciarono un sentiero lungo il suo addome, scendendo con una lentezza che era quasi tortura. Le unghie che graffiavano un po'. Luca emise un gemito soffocato, il corpo che si tendeva sotto quel lieve martirio.

“Così” sussurrò Ira, la voce un filo di fumo. “Lasciati andare, Luca carissimo. Pensa a lei, se vuoi... ma ci sono io qui, adesso.” Chiuse le dita attorno al membro, eretto fino allo spasimo. Fu un tastare caldo e deciso, un palpare che divenne una morsa, sull'onda di un ritmo che gi fece pensare che Ira conoscesse ogni suo nervo. Con la seta della camicia da notte che stormiva similmente alla pioggia, lei si chinava più vicino, i capelli che gli sfioravano il petto, mentre il suo respiro caldo gli accarezzava la pelle. Luca chiuse gli occhi, la mente un caos di Clarissa e Ira, di struggimento e colpa. Il suo corpo, però, non aveva dubbi, rispondendo a ogni movimento della donna con un’urgenza che lo travolgeva.

“Sei così... vivo” mormorò Ira, le labbra a un soffio dal suo orecchio. “Scommetto che Clarissa lo adorerebbe.” La sua voce era una lama, affilata ma seducente, e ogni parola lo trascinava più a fondo nell'abisso. Le mani dagli artigli affilati e curatissimi lavoravano con calcolata maestria, apparentemente pigre e in realtà implacabili, portandolo al confine tra godimento e disperazione. Poi, con un movimento fluido, si chinò definitivamente sul suo fallo, i capelli che cadevano come un sipario, la bocca che completava il rituale con una dedizione insieme intima e spietata.

Quando tutto finì, Luca era un relitto, il respiro spezzato, il corpo svuotato. Ira si rialzò, le labbra curvate in un sorriso che era un misto di trionfo e disprezzo. La vide passarsi una mano nella capigliatura leonina e poi sistemarsi la seta della camicia da notte. “Dormi bene, Luca” gli augurò, la voce di nuovo fredda, come se non fosse successo nulla. “Domani parliamo di Clarissa.” Sparì nella penombra, lasciandosi alle spalle la nuvola olezzante di muschio e un giovane uomo che a malapena capiva cosa gli fosse accaduto.



Ne passò di tempo  prima che Luca riuscisse ad addormentarsi! Stava sdraiato con il cuore che ancora galoppava, ignaro che quella notte era solo l’inizio, che Ira aveva appena annodato la parte centrale della rete. 

A Zurigo, un file con il suo nome si aggiornava in silenzio, mentre la Triade contava i giorni che mancavano al primo bonifico.




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