'Quanto costa l'abisso' - 10

 Capitolo 10: L’occhio che non dorme


La notte era un sipario di velours nero, trafitto dalle luci fredde di Zurigo, come lune riflettentisi sui vetri del loft di Reinhard Voss. L’attico, un tempio di acciaio e cristallo, era un’estensione del suo proprietario: sterile, impeccabile, tendente all'essenzialità minimalista. Ogni superficie rifletteva il suo controllo, ogni angolo era privo di calore. Voss sedeva su una poltrona di pelle nera, un bicchiere di whisky single malt intatto sul tavolino di marmo, il fumo di una sigaretta che si alzava in volute lente. Era un uomo scolpito dal gelo, i lineamenti affilati come un bisturi, gli occhi grigi che vedevano oltre le apparenze, che fendevano l’anima dell'interlocutore. Non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Il suo potere consisteva nella precisione, nel silenzio che precedeva le sue parole, nella capacità di dominare con una sola occhiata.

Clarissa non era sua, non nel senso banale del possesso. Era un investimento, un’opera d’arte che aveva cesellato con cura maniacale fin da quando l'aveva adocchiata la prima volta, quando lei aveva avuto sedici anni ed era ancora... una scolara. Voss se l'era "cresciuta". La bellezza di Clarissa era ora una valuta. La giovane donna attirava prede come la fiamma attira le falene. 

Dal punto di vista fattuale, il braccio, l'arma, era Ira: la sorella, il contropolo del bel miraggio, l’innesco che trasformava il desiderio in rovina. Ira rappresentava l'ostinazione, l'agire; era l'operatrice "sul campo", la lama che tagliava senza lasciare tracce. Ma Reinhard Voss si rendeva conto che qualcosa ora non quadrava. Un silenzio troppo lungo, un file non inviato, un’esitazione nelle sue risposte. Lui non era incline alla gelosia – aveva estirpato quel sentimento anni prima, come un chirurgo che rimuove un tumore –, tuttavia il sospetto è un altro tipo di veleno, e nel momento attuale quel veleno gli scorreva nelle vene.

“Ira” disse, la voce bassa, un clic di serratura che si chiude. Non era una domanda, ma un’osservazione, affilata come un rasoio. Stava in piedi davanti alla finestra, il whisky in una mano e l'altra infilata nella tasca dei calzoni di un completo sartoriale, il riflesso del suo profilo come inciso nello skyline della città. “Mi stai nascondendo qualcosa.”

Ira si era accomodata sul divano di velluto grigio, le gambe accavallate, la seta nera della sua camicetta che le aderiva come una seconda pelle. Teneva un tumbler di Negroni tra le dita, le unghie laccate di nero che catturavano la luce come artigli. Non si voltò subito. Sorseggiò il liquido, lentamente, il ghiaccio che tintinnava come un allarme a bassi decibel. “Non ho nulla da nascondere” rispose, la voce liscia, neutra. Troppo neutra, come un muro riverniciato per coprire le imperfezioni.

Voss si girò e le sue pupille le si conficcarono addosso. “Luca” disse. Solo quel nome. Due sillabe brevi. Ma fu come una corda d'acciaio che si spezza, un colpo che fa tremare l’aria e squarcia ogni cosa che incontra sul suo cammino. 

Le si avvicinò con passi calcolati, il suono dei suoi eleganti mocassini sul parquet che echeggiavano come un metronomo. L'ambiente era ampio, ma gli occorsero solo cinque passi. Si fermò a un metro da lei, le mani ancora in tasca, il volto impassibile e letale.

Ira posò il bicchiere sul tavolino, con una cura che tradiva tensione. Le sue mani erano ferme, ma le iridi si erano ristrette, un segno che Voss colse con attenzione rapace. “Sta funzionando” spiegò Ira, la voce che cercava di mantenersi entro il range della normalità. Voleva dimostrarsi ancora efficiente, idonea ai piani criminosi della Triade. “Ha dato accesso ai conti. E presto apriremo il network della sua ditta come una scatoletta, se vuoi. Tra paio di giorni possiamo chiudere tutto.” Si sporse appena, il tessuto della camicetta che si tendeva sul seno, un gesto che in altre circostanze avrebbe distratto, ma non ora.

Voss inclinò la testa, un movimento minimo, letale. “Sì, ma tu ci sei andata a letto.” Le parole caddero come pietre in uno stagno, increspando il silenzio. Non era un’accusa, ma una sentenza. Le si sedette di fronte, le gambe distese davanti a sé, il bicchiere di whisky ad altezza del proprio volto. Non bevve. Lo studiò, così come studiava lei.

Ira non rispose. Non c’era una risposta logica e soddisfacente da dargli. Il suo volto rimase una maschera, ma le lunghe dita, per un istante, si strinsero sul bordo del divano: uno slittamento, un'insicurezza. Il suo bel corpo la tradiva. 

“Non serve negarlo” continuò Voss, la voce un sussurro di morbido raso e duro acciaio. “Non lo leggo nei tuoi movimenti e nelle tue parole. Lo leggo nei tuoi occhi. E in quello che fa lui... Sai come lo so che siete andati a letto? Da una parte, come tutte le puttane emani quell'odore particolare...”

Ira si rizzò sul busto, ma decise di tenere la bocca chiusa: uno sguardo di Reinhard l'aveva fatta rinsavire.

“Dall'altra, perché lui ha ormai smesso di cercare Clarissa. Adesso il sempliciotto cerca te.” Ogni parola era un ago, infilato con precisione chirurgica.

Ira inspirò, lungamente, il petto che si sollevava sotto la stoffa tesa. 

“Hai invertito le parti” riprese Voss, sporgendosi appena, gli occhi che la trapassavano. “Hai messo la carne vera dove doveva esserci illusione. Hai contaminato l’operazione. Peggio: ti sei lordata.” 

La parola “lordata” era un marchio, un’umiliazione che bruciava più di uno schiaffo.



Ira lo fissò, gli occhi castani che brillavano di un fuoco represso. Non era paura la sua, ma orgoglio, un’arroganza che Voss riconobbe e disprezzò. 

“Ho fatto il mio lavoro” ribadì, la voce che si incrinava appena, un filo di tela di aracnide che si strappa. “Lui ci darà tutto.” 

Si alzò, un movimento felino, i fianchi che ondeggiavano sotto la seta, un tentativo di riacquistare potere e un quantum di autorità. Si avvicinò al tavolo che troneggiava in mezzo al loft, le dita che sfioravano il bordo di un laptop chiuso, un gesto che era insieme sfida e difesa.

Voss si alzò a sua volta, con deliberata lentezza. Non urlava mai. Non ne aveva bisogno. Si fermò dietro di lei, così vicino che poteva avvertire il calore del suo corpo, il profumo di muschio e fumo di sigaretta che emanava da lei. La costrinse a girarsi e le prese il mento con due dita, fredde come il metallo di un rasoio, sfidandola a guardarlo. “Se l’hai fatto per debolezza, sei un problema” proferì, la voce tagliente come una scheggia di vetro. “Se l’hai fatto per interesse personale, sei una minaccia. In entrambi i casi, sei... dispensabile.” Le sue dita si strinsero appena sul mento di Ira, un avvertimento che era anche una carezza, un gesto che mescolava potere e intimità: due elementi che solo lui sapeva orchestrare in un certo modo.

Ira non distolse gli occhi. “Ho fatto il mio lavoro” ripeté, la voce più ferma. Ma il suo respiro tradiva un tremore. “Luca è nostro. I conti sono aperti, i file sono pronti. Chiudiamo fra due giorni, tre... quando sarà necessario e possibile chiudere.” Le sue labbra, dipinte di un rosso che sembrava sangue, si curvarono in un sorriso che era una sfida. “Non ti fidi di me, Reinhard?”

Il suono del suo nome, pronunciato con quella sfumatura di affronto sensuale, era un’arma che Ira usava di rado. Voss la lasciò andare, le dita che scivolavano via dal suo mento. Però il suo sguardo rimase fisso sul suo. “E quando scoprirà di essere stato derubato?” chiese, tornando alla poltrona, prendendo en passant il bicchiere di whisky. “Di essere stato... usato?” La parola “usato” era carica di sottintesi, e ricapitolava la notte e i giorni che Ira aveva omesso di raccontare.

“Farà come fanno tutti” rispose lei, la voce che tornava liscia, ma con un tantino di fatica. “Si berrà il dolore. Sparirà. O continuerà a fare l'omino di gomma nell'azienda paterna.” Si voltò, appoggiandosi al tavolo, il satin che scivolava appena, rivelando la curva del fianco, un gesto che era insieme seduzione e sfida.

Voss sorrise, un’espressione che non raggiungeva gli occhi. “O tornerà” disse, la voce un filo di acciaio. “Peggio: penserà di meritare vendetta. E quando un uomo crede di avere diritto a un dolore, diventa pericoloso.” Si alzò, il bicchiere posato con un gesto definitivo. Prese lo smartphone, le dita che scorrevano sullo schermo con la precisione di un cecchino. “Chiamo Clarissa. Da domani gestisce lei il ragazzo.”

Ira, per la prima volta, abbassò lo sguardo. “Non serve” osò contraddirlo, con un sottotono stridente di uccello. “Luca è mio. Può ancora servire.” Gli si avvicinò, le mani che sfioravano il suo braccio, una palpata che era un’implorazione mascherata da seduzione. “Dammi due giorni, Reinhard. Chiudiamo come previsto.”

Voss la guardò, gli occhi grigi che la sezionavano come un bisturi. “Sei compromessa” tagliò, la voce un verdetto. Poi sospirò, appena percettibilmente. “È una pedina, Ira. Non la tua redenzione.” Si voltò, tornando alla finestra, il riflesso della città che lo avvolgeva come un mantello. “Due giorni” disse, senza guardarla. “Non deludermi.”

Ira rimase immobile, il cuore che batteva troppo forte, il profumo del Negroni che si mescolava al sapore amaro della sua stessa vulnerabilità. Aveva mentito a Voss, lui l'aveva smascherata senza troppo fatica, e ora il suo segreto svelato era un cappio che si stringeva. 

Luca non era solo una preda. Era un uomo che l’aveva vista, toccata... l'aveva avuta. La visione in rapida sequenza di lui e lei abbracciati, poi di lei che baciava lui, poi ancora di lui che cadeva come in deliquio nel momento dell'orgasmo, era ora come fiele. Una tossina che Ira doveva in qualche modo espellere dal proprio sistema. Non poteva permettersi nessuna volubilità. 

Ma il gioco continuava, e lei non poteva fermarsi.



A Roma, Luca dormiva, ignaro del file che si aggiornava sul server di Voss. Un altro, sostanzioso bonifico era in programma, e la Triade si avvicinava al colpo finale: ossia, spogliarlo di tutto. 

Ira tuttavia, in preda a una languidezza che altri chiamano "amore", si era trasformata in una variabile che nemmeno Voss poteva controllare.



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