'Quanto costa l'abisso' - 9
Capitolo 9: Telefonata di mezzanotte
La notte seguente, Roma si presentava come un labirinto di luci e ombre, un palcoscenico perfetto per il gioco di Ira. Ma il suo controllo, così perfetto in apparenza, mostrava sempre più incrinature. Nel loft di Luca, l’aria era ancora carica del loro ultimo incontro, del bonifico che aveva svuotato un altro pezzo della sua eredità, della promessa di Clarissa che lo teneva incatenato. Ira, però, si era tenuta lontana da lui. Aveva lasciato un messaggio, una frase come un amo affilato: “Quello che è successo non si ripeterà. A meno che tu non faccia una cosa per me.”
Luca, seduto al tavolo della cucina, il telefono stretto tra le mani, lesse quelle parole cento volte. Ogni lettera era un’eco della notte con Ira, del suo toccare all'apparenza indolente, della sua voce che lo aveva guidato al confine dell’oblio. Era disorientato, dipendente, un uomo che avrebbe fatto qualsiasi cosa per un altro istante con lei – o per un passo verso la fantasmagorica Clarissa. Rispose, la voce tremante in un messaggio vocale: “Ira, dimmi cosa vuoi. Farò tutto. Basta che... basta che mi parli.” La sua vulnerabilità era un dono e Ira lo raccolse a piene mani.
La chiamata arrivò a mezzanotte, quando Luca era già perso in un bicchiere di whisky. “Luca” disse Ira, la voce un velluto che lo avvolse simile a fumo denso. “Hai fatto bene, sai, con il bonifico. Clarissa è... colpita. Ma c’è un’altra cosa. Qualcosa di più... personale.” Fece una pausa, lasciando che il silenzio lo tormentasse. “La tua azienda. Il gestionale. Mi serve un file. Clienti, fornitori, dati. Niente di pericoloso, solo... informazioni.”
Luca, con la camicia aperta e il volto arrossato, si passò una mano tra i capelli. “Dati? Ma... perché? È per Clarissa, vero? Per il suo progetto?” La sua voce era un lamento. Eccolo lì: un uomo che cercava di aggrapparsi a un sogno che gli scivolava tra le dita.
Ira rise, un suono che era, insieme, seta e spine. “Sempre Clarissa, eh? Sei un libro aperto, Luca. Ma sì, è per lei. Per il suo futuro. E il tuo.” Si sporse verso il telefono, nella sua stanza d’albergo, la vestaglia di seta che scivolava appena, rivelando la curva del collo. “Mi fido solo di te, sai? Ma sei debole, caro Luca. Potresti rovinare tutto. Non deludermi.”
Le parole erano un coltello e lui si mise a danzare su quella lama.
“Non ti deluderò” mormorò, la voce che gli tremava. “Mandami i dettagli. Lo faccio stasera.”
Era il primo passo di un ricatto in tre atti: favori leggeri, piccoli reati, coinvolgimento totale.
Ira sorrise, ma il suo cuore tradì un battito irregolare. Non aveva detto a Voss della notte con Luca, un segreto che la rendeva vulnerabile. E ora, ogni parola che pronunciava era un filo che si tendeva, pronto a spezzarsi.
La crepa dentro di lei si allargava.
Due giorni dopo, il silenzio era diventato una prigione. Non rispondeva ai messaggi di Luca, che la bombardava con suppliche digitali: “Ira, ho fatto tutto. Dimmi che è ok. Dimmi di Clarissa.” Ogni messaggio era un grido, e lei lo ignorava, non per strategia, ma per paura. Paura di ciò che Luca aveva risvegliato in lei: un senso di umanità che non poteva permettersi. La notte con Luca non era stata solo un’esca. Il modo in cui l’aveva guardata, come se lei fosse più di un’ombra di Clarissa, aveva scavato un solco nella sua armatura.
Una sera, incapace di resistere, lo chiamò. “Luca” disse, la voce appena appena insicura, ma già un segno che rivelava la sua imprevista insicurezza. “Non pensare che sia stato un premio, quella notte. È stato un esperimento. E tu... mi hai scontentata.” Un'ennesima bugia, ma la sua esitazione era reale. Luca, dall’altra parte, era un relitto, aggrappato al telefono come a un’ancora. “Scontentata? Ira, io ho fatto... tutto. Che cosa vuoi ancora? E Clarissa? Lei lo sa?” Parlava lamentosamente: un animale intrappolato.
Ira chiuse gli occhi, il respiro corto. “Clarissa non c’entra” sbottò, più duramente di quanto intendesse fare. “Sei tu il problema, Luca. Sempre a inseguire un’ombra. Non vedi cosa hai davanti?” Si pentì subito, ma era troppo tardi. Riattaccò, il cuore che le batteva forte.
La mattina dopo, lo pedinò. Non per Voss, non per la Triade, ma per una curiosità che la spaventava. Lo osservò da lontano, mentre camminava, intabbarrato in un soprabito scuro, lungo il Tevere, il volto segnato da quell’ossessione che lei aveva alimentato. Per un istante, si chiese come sarebbe stato essere amata da lui, non per usare il sesso come un’arma, ma per essere una donna che si donava veramente, per intero e senza alcun pensiero di manipolarlo. Scacciò il pensiero, ma la crepa, anzi la breccia era lì, e si ingrandiva.
A Zurigo, Voss aggiornava il file “Luca Mancini.” Un altro bonifico era in arrivo. La Triade stava avvicinandosi al colpo finale. Era però già evidente che Ira era il vertice debole; un’incognita. Una pedina che iniziava a muoversi fuori dallo scacchiere.




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