'Quanto costa l'abisso' - 3

Capitolo 3: Burattinaia


La luce dell’alba filtrava attraverso le tende del loft, dipingendo striature grigie su quel quartiere della caput mundi. La pioggia si era placata, lasciando solo un silenzio umido, rotto dal ronzio poco distante di un motorino. Il cielo era plumbeo, con nubi che si accalcavano sopra la città come segreti non detti. Luca giaceva al confine tra sogno e veglia, il corpo abbandonato tra le lenzuola sgualcite, il respiro sì lieve, ma con qualche scossa che ogni tanto gli attraversava il torace: un rottame umano, come se avesse partecipato a chissà quale orgia. In realtà non era successo quasi nulla. Tuttavia, ogni suo battito cardiaco era un ticchettio verso la rovina, e la donna che lo aveva investito come un maroso era già al lavoro per la prossima mossa. Nella sua ingenuità, Luca aveva accolto a casa sua un'abile burattinaia.

Ira, desta fin dalle sei, stava seduta al tavolo della cucina, il laptop aperto e, accanto a sé, l'espresso fumante. Indossava una vestaglia serica, i capelli raccolti in uno chignon disordinato che lasciava cadere sul suo collo riccioli ribelli. Le sue dita, con le unghie nerolaccate, danzavano sulla tastiera, inviando un messaggio criptato a Voss. 'Pesce abboccato. Fase due pronta. Dettagli conto confermati. Procedo con pressione emotiva.' Sul monitor, una schermata di conti offshore lampeggiava, cifre che scorrevano come sangue dentro le arterie elettroniche. Ira sorrise, un’espressione che non raggiungeva gli occhi. La notte era stata un investimento, un sacrificio calcolato. Luca era malleabile, un uomo che confondeva la voglia della carne con l’amore, e lei sapeva esattamente come spremerlo.

Le manovre successive erano già pianificate, una coreografia di manipolazione che avrebbe fatto leva sulla vulnerabilità del soggetto. La chiave ovviamente rimaneva Clarissa: il sogno irraggiungibile, l'icona digitale che lo teneva agganciato alla loro rete. Ira doveva mantenere viva l’illusione, ma al contempo legare Luca a sé, rendendolo dipendente dalle sue parole, dal suo palpeggiamento, dalla promessa di un ponte verso la leggendaria sorella. Un piano semplicissimo: un mix di seduzione e ricatto emotivo, con una richiesta di denaro mascherata da emergenza. Clarissa, avrebbe detto, aveva bisogno di aiuto. Un progetto, una crisi, qualcosa di vago ma urgente. E Luca, il grullo, avrebbe aperto il portafoglio, credendo di comprare un pezzettino del suo sogno.

Ira chiuse il laptop e si alzò, il fruscio della seta che accompagnava ogni suo movimento. Si avvicinò alla finestra, osservando Roma che si svegliava. La metropoli capitolina era un labirinto perfetto per i suoi giochi: romantica, caotica, cieca ai predatori come lei. Prese il telefono e scorse i messaggi di Luca, quelli inviati a Clarissa nel cuore della notte, dopo che lei era uscita dalla sua stanza. 

'Non so cosa dire... sei incredibile. Ma Clarissa, hai per caso una sorella?' 

Patetico, pensò Ira, pur se utile. Ogni parola era una crepa nella sua armatura, un punto dove infilare il coltello.

Tornò in cucina e preparò una colazione scenografica con quel che trovò: croissant non freschi (erano comunque di quelli insacchettati), che mise su un piatto e riscaldò nel forno a microonde; marmellata di arance amare; e di nuovo la mokka, stavolta piena di caffè per il... baronetto. L’odore della nera bevanda riempì l’aria, un’esca per attirarlo fuori dalla tana. Quando Luca finalmente emerse, i capelli arruffati e la vista ancora offuscata dal sonno, Ira era pronta. “Buongiorno, dormiglione” disse, la voce un misto di calore e provocazione. Indossava ancora la vestaglia, slacciata quel tanto che bastava per mostrare la curva della spalla e l’inizio del seno, un richiamo sottile alla notte appena trascorsa.

Luca si arrestò nel corridoio, chiudendosi sul petto la camicia del pigiama di lino, il volto arrossato. “Ira... buongiorno” balbettò, cercando di decifrare il sorriso di lei. “Io... per stanotte...” Non finì la frase, incerto se scusarsi o ringraziarla.

Ira lo interruppe, veleggiando verso di lui. “Non c’è niente da dire” sussurrò, posandogli una mano sul braccio, le dita che lo tangevano con una leggerezza che era già una promessa. “È stato... bello, no? Ma sai, Luca, c’è una cosa che devo dirti.” Si sedette, accavallando le gambe, la seta che scivolava appena, rivelando un accenno di coscia. “Clarissa... lei attraversa un momento difficile. Un progetto importante, una specie di startup. Ci sono stati problemi con i finanziatori. I soliti intoppi, come puoi immaginare. È stressata, e... be’, mi ha chiesto di parlartene.”

Luca si sedette, il cuore che accelerava. “Clarissa? Sta bene? Cioè, posso aiutarla?” La sua voce era un misto di preoccupazione e speranza, il sogno di essere il  cavaliere della sua bella che riaffiorava. Nelle ultime foto su Instagram, la diva del mondo digitale gli era parsa in realtà felice e spensierata come al solito, ma evidentemente una star come lei sapeva ben celare i problemi quotidiani dietro a tanto splendore fisico.

Ira inclinò la testa, un gesto ad effetto. “Sei dolce, Luca. È per questo che le piaci. Non vorrebbe chiederti niente, sai, è orgogliosa. Ma io penso che... magari un piccolo aiuto potrebbe fare la differenza. Qualcosa per far ripartire la startup. Lei lo apprezzerebbe... molto.” Il suo sguardo si abbassò, poi risalì, immobilizzandolo. “E io potrei rivelarle cosa ti rende tanto speciale.”

Luca deglutì, la mente un vortice. “Quanto... quanto serve?” chiese, già con un piede oltre il bordo del baratro.

Ira sorrise, un’espressione che era insieme dolce e affilata. “Non molto, per uno come te. Diciamo... ventimila? Solo un prestito, ovviamente.” Si sporse, la mano che scivolava sul suo ginocchio, una carezza che riaccendeva il fuoco della notte. “Pensa a quanto potrebbe avvicinarti a lei.”

Luca annuì, quasi ipnotizzato. Non sapeva che il bonifico che avrebbe fatto quella mattina sarebbe stato appena un minuscolo anticipo su una somma che alla fine sarebbe risultata enorme, e che ogni euro sarebbe stato riversato in un conto offshore, gestito da un banchiere elvetico che lui non aveva mai né visto né conosciuto. Ira, nel frattempo, si alzò, lasciando che la vestaglia scivolasse appena mentre si appressava al bancone. “Mangia, Luca” gli consigliò, voltandosi con un croissant in mano, suasiva e sinuosa come una gatta. “Ne avrai bisogno per tenermi dietro.”



A Zurigo, Reinhard Voss ricevette una notifica. Un sorriso freddo gli attraversò il volto mentre apriva la cartella con dentro il file contrassegnato con il nome del grullo di turno. Presto, il file sarebbe stato aggiornato, dando la stura alla fase due.



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