'Quanto costa l'abisso' - 6
Capitolo 6: Fantasmi
Il gioco di Ira non era perfetto come lei voleva credere. Anzitutto, non era il 'suo' gioco bensì erano mosse di scacchi, manovre oscure, dettate dal volere della Triade. Secondariamente, c'erano i sentimenti, inattesi e inoppugnabili, che venivano a presentarseli come ostacoli sorprendentemente alti.
Decise di rimanere in albergo e non tornare nell'appartamento di Luca; non durante questa fase delicata dell'operazione.
Luca cercò di contattarla, ma lei zitta. Passarono due giorni, tre quasi, e il silenzio si era fatto assordante. Apposta Ira non rispondeva ai messaggi di lui, che le scriveva con una frenesia che tradiva dipendenza.
'Ira, ho fatto quello che mi hai chiesto. Dimmi che è tutto in ordine. E dimmi qualcosa di Clarissa.'
Ogni messaggio era un'implorazione, alcuni addirittura sembravano vere e proprie grida d'aiuto. Lei lo ignorava, non più (o non del tutto) per strategia, ma... ebbene sì!... per necessità. Aveva bisogno di spazio, di mettere una certa distanza tra sé e quel ragazzo che, involontariamente, aveva scalfito la sua scorza dura, la sua corteccia altrimenti compatta.
Il buio, però, la tradì. Sdraiata sul letto dell’hotel, la seta della camicia da notte che aderiva alla pelle come un rimprovero, non faceva che ripensare a Luca. Non alla preda, ma all’uomo. Al modo in cui i suoi occhi si erano illuminati mentre lui pronunciava il suo nome, anziché quello di Clarissa.
Ammise che era stato un errore, quella notte, concederglisi. Una manovra un po' troppa avventata. Si era detta, allora, che lo faceva per avvilupparlo ulteriormente nella rete.... Qualcosa era decisamente scivolata fuori dalla cornice prestabilita; un difetto si era delineato sul pannello di controllo. Ira aveva mentito a Voss, omettendo di riferire del contatto fisico "avanzato", dell'amplesso mattutino - un piccolo ma significativo sviare dalle regole non scritte; un tradimento che adesso le pesava come un macigno. Non era da lei. La Triade non ammetteva debolezze e Voss, con i suoi occhi di ghiaccio, era capace di distruggere una persona anche per meno.
Allo scadere del terzo giorno, incapace di resistere, lei gli rispose. Una telefonata, nessun video stavolta. Era sera tardi, mezza Roma stava ancora in piedi a baccagliare e a bere e l'altra metà dormiva o comunque era andata a coricarsi, sotto un cielo di stelle velate. “Luca” disse, la voce che tremava appena, un’incrinatura che non avrebbe voluto. “Non pensare che sia stato un premio, quella notte. E soprattutto la mattina seguente.... È stato un esperimento mio. E tu... tu, Luca, mi hai deluso.” Soltanto bugie; ma l'esitazione e il sentimento nella sua voce erano reali: un alito di umanità che si insinuava attraverso il muro della volontà.
Luca, all'altro capo della linea, stava seduto sul divano, il telefono stretto come un’ancora a cui aggrapparsi. “Deluso? Ira, io... ho fatto tutto quello che hai richiesto da me. Cosa vuoi ancora? E Clarissa? Lei sa qualcosa?” La sua voce, un lamento. Era un individuo intrappolato in un sogno che non comprendeva.
Ira chiuse gli occhi, il respiro corto. “Clarissa non c’entra” sbottò, più duramente di quanto intendesse. “Sei tu il problema, Luca. Sempre a inseguire un fantasma. Non vedi cosa hai davanti?” Si pentì immediatamente di quelle frasi, ma era troppo tardi.
Luca rimase in silenzio e lei lo immaginò: i capelli scompigliati, il petto nudo, gli occhi pieni di confusione e miraggi. “Dimentica” gli disse infine, la voce che esprimeva distacco. “Fa' solo quello che ti ordino di fare. E non scontentarmi ancora.” Riattaccò, il sangue in subbuglio.
La storia finiva qui? Ma no. La Triade voleva spennare il grullo fino alla fine e, d'altra parte, Ira si era presa una bella scuffia e non riusciva a lasciarlo andare. La mattina dopo, si ritrovò a pedinarlo. Non per il piano, non per Voss, ma per una curiosità che la spaventava. Lo osservò da lontano, nascosta dietro occhiali da sole e un impermeabile grigio, mentre lui camminava lungo il Tevere, il volto segnato dall’ossessione che lei stessa aveva alimentato. Luca si fermò a guardare il fiume; per un istante, Ira si chiese cosa avesse in mente di fare. Ebbe quasi voglia di correre, afferrarlo e tirarlo via da quel precipizio, dirgli tutto, amarlo non come un’arma contundente, non com un grimaldello da scassinatori, ma come una donna, una compagna tenera e rapita.
Scacciò il pensiero. Tuttavia, il seme era piantato. Una crepa nell'armatura, una pericolosa debolezza, e Voss non gliel'avrebbe mai perdonata.
Nel frattempo, il file 'Luca Mancini' si aggiornava a Zurigo. I dati della ditta erano spiovuti via skyDSL e un secondo bonifico con la causale 'Influencer girl / startup' era in programma. Rainhard Voss, con algido disinteresse circa il destino della vittima, si mise a preparare il successivo atto malefico.
In quel di Roma, Ira, per la prima volta da quando esisteva la Triade, si lasciava invadere dai dubbi: provava per la povera pedina una grande pena sincera (empatia e simpatia: altre forme dell'amore) e sapeva che stava rischiando ben più che una semplice sanzione.
di
Quanto costa l'abisso




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