'Quanto costa l'abisso' - 7
Capitolo 7: Le cose rimasticate
La sera si era insinuata come un ladro nelle strade di Trastevere, avvolgendo il loft di Luca Mancini in un sudario di ombre e silenzi. Le imposte, serrate contro il mondo, lasciavano filtrare solo il lamento di un clacson e il respiro umido di Roma. Dentro, l’aria era densa, con un sentore di vino rosso troppo corposo e una corrente di microparticelle a carica negativa. La tensione che si poteva tagliare con un coltello. Luca, il grullo, sedeva sul divano di pelle nera, le mani che si tormentavano come se potessero strappargli una risposta dal nulla. Il suo cuore batteva ancora per Clarissa, un sogno di seta e pixel che lo teneva prigioniero, ma era Ira, con la sua presenza carnale, a dominare la stanza. Lui scriveva messaggi a Clarissa senza ottenere risposte.
E Ira? Ira a quanto pare non voleva più contattarlo... Ma dov'era scappata? Si trovava di nuovo a Milano?
Ignaro della Triade, di Reinhard Voss e dei conti offshore che si nutrivano della sua eredità, Luca era un uomo sull’orlo di un precipizio, con gli occhi bendati dalla brama sessuale.
All'improvviso, la regina di quel gioco crudele, Ira, riapparve nella sua vita: quattro giorni dopo esserne svanita. E riprese a dominare, regalmente, nel suo appartamento. La sua silhouette era scolpita dalla luce fioca di una lampada. Indossava una camicia di seta nera, aperta quel tanto che bastava a rivelare il décolleté. Teneva tra le dita un calice di vino (un bianco rinfrescante, stavolta) e il liquido che roteava lento, catturando riflessi come di gigli e fiori color paglia. Non lo beveva, non ancora. Lo studiava, così come studiava il giovanotto: con la pazienza di un predatore che sa quando colpire. L'ultimo bonifico, trentamila euro svaniti in un clic, era stata la riprova che Luca era cotto e stracotto. Ora la rete si stringeva e ogni parola, ogni carezza, era un nodo che lo legava più stretto.
Fu lui a rompere il silenzio, la voce morbida, incerta, come se temesse di evocare un fantasma. “Sta bene? Voglio dire... Clarissa. È... felice?” Il nome dell'amata gli uscì come una preghiera, tre sillabe pronunciate con devozione e dolore. Si sporse appena, i capelli castani che gli cadevano sugli occhi. Era proprio un ragazzo, un ragazzo che inseguiva un sogno troppo grande per lui.
Ira lo fissò, gli occhi che brillavano come tizzoni. “Felice?” ripeté, la voce un velluto che nascondeva lame. Il suo sorriso era di vetro, fragile e tagliente. “Con Voss, dici?” Pronunciò il nome con una sfumatura di disprezzo, come se fosse un insetto da schiacciare. Aveva scoperto che Luca aveva fatto delle indagini per conto proprio, sulla rete, raccogliendo informazioni sul banchiere ma, de facto, non andando al di là della conferma del nome.
“Non è un po' troppo vecchio per lei?”
Ira si alzò, i piedi scalzi che accarezzavano il parquet, ogni passo un movimento deliberato, un’occupazione dello spazio tra loro.
Luca abbassò il capo, il volto arrossato. La parola “Voss” gli pesava tuttora come un macigno. Lo aveva potuto intravedere, più che vedere, su alvuni siti web remoti: un uomo di marmo, elegante e intangibile, e non gli riusciva difficile immaginare quelle mani stringere Clarissa in modi che lui poteva solamene sognare. “Si vocifera che si sposeranno” mormorò, abbassando lo sguardo sul bicchiere vuoto. “Ma non riesco a crederci. Non può... lei non può volere uno come lui. Non quando io...” Si fermò, le mani che si chiudevano a pugno, le unghie che scavavano nei palmi.
Ira rise, un suono basso, rauco, che scivolò nella stanza come fumo. “Perché? Perché non sei tu, l’uomo che vuole?” Si avvicinò, lenta, i fianchi che ondeggiavano sotto la seta, un serpente che ipnotizza la preda. Gli si arrestò dinanzi, le braccia che si appoggiavano sullo schienale del divano. In pratica, incorniciò Luca co se stessa. Il suo viso era a pochi centimetri dal suo, l’alito che odorava di vino e di qualcosa di più primitivo, minerale, vivo. “Hai ancora questa idea romantica, vero? Che basti amare qualcuno per essere ricambiati. Come se il sentimento creasse un diritto. Sei quasi... fanciullesco.” L'ultima osservazione fu un colpo dato come con una sferza avvolta nel miele.
Luca non rispose. Le sue dita, nervose, scalfivano la pelle del divano, un gesto futile contro il peso di quel momento. Chiuse gli occhi, il respiro corto, intrappolato tra il sogno di Clarissa e la presenza di Ira, che sembrava succhiare via tutta l’aria dalla stanza. Lei si piegò ancora e i capelli castani gli sfiorarono la guancia: una promessa, una minaccia. “Io dunque non ti basto sul serio?” insisté, la voce che si abbassava, diventando un lamento di velluto e polvere.
I suoi artigli di catrame scivolarono sulla nuca di Luca, un tastare graduale, chirurgico, che gli procurò un brivido lungo la spina dorsale. Scesero, tracciando un sentiero sulla sua camicia, ogni movimento un segmento del processo d’ipnosi. “Forse non sono la donna da copertina” continuò, le labbra così vicine che lui poteva sentirne il calore, “ma so ascoltare. So entrare dove gli altri non arrivano. E so restare.” La sua mano si fermò sul suo petto, il pollice che accarezzava il tessuto, un sigillo di possesso. “Perché tu sei solo, Luca. E infelice. I soldi di tuo padre, la posizione di amministratore delegato in una ditta della quale non ti frega nulla... Tu hai bisogno di più. E io sono l’unica che lo sa, che se ne accorge. Che lo vede.”
di
Quanto costa l'abisso
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